MARIO D’ADDA,
POETA DEL FRAMMENTO
MARIO D’ADDA
NOTE AUTOBIOGRAFICHE
(1974)
Sono nato nel 1903 a Milano.
Nel 1916 muoiono mio padre e mia madre.
Nel 1917 sono accolto, con i miei fratelli, da uno zio a Torino.
È del 1918 il numero uno del mio catalogo (ritratto a matita dello zio Arturo, mio tutore).
1919. Lavoro alla Fiat dove mi occupo di grafici.
Non vivo più in famiglia.
Nel 1921 sono militare alla scuola allievi ufficiali di Torino.
Dal 1923 lavoro per alcuni anni alla Lenci. Vivo fra artisti. Sono affascinato dal comportamento della materia nella ceramica. Vedo, per la prima volta, il fuoco come agente di un travaglio rivelatore. Dipingo, ma raggiunto il momento felice la pittura si decompone, attanagliato, come sono, dalla pretesa di fissare una realtà che non trovo.
Nel 1925 vado, per la prima volta, a Parigi in occasione della mostra internazionale di arte decorativa.
Nel 1926 la compagnia Baghetti con la Mimi Aymer rappresenta per la prima volta al Valle di Roma (e poi in tutta Italia) una mia commedia comica, scritta in collaborazione con G. Monziani. Tradotta in veneto è rappresentata da Baseggio.
Nel 1927 una nuova commedia di maggior impegno, ma di minor successo. Frequento il S. Carlo e il Nazionale. Vi conosco gli artisti della Torino di allora. Come pittore mi sento intimidito e mi nascondo. È l'attività teatrale che mi qualifica, ma io non scriverò più per il teatro.
Nel 1928 sono a Milano. È la miseria. Disegno caratteri e marchi di fabbrica per un grafico. Trovo questo lavoro tutt'altro che sciocco. Mi aiuto anche scrivendo fascicoli di letteratura popolare per Cina del Duca.
Nel 1931, nuovamente a Torino, mi dedico decisamente alla grafica pubblicitaria.Amo questo lavoro che non esclude la “forma” e non ha aureole.
Nel 1934 entro in una industria dolciaria e dopo qualche tempo sono qualificato “direttore artistico” e nominato procuratore. La mia attività è intensa e ampia. Considero questo un periodo estremamente importante: esso dà una forte consistenza oggettiva alla mia vita e pone limiti che avevo sfuggito prima e sfuggirò poi. Inoltre “palpo” la materia per accertarne le qualità funzionali in uno spazio estetico, teso ad ottenere un gradimento in tempi corti. Questo gradimento, a vari livelli, è un aspetto della vita che si tocca con la mano.
Nel 1935 mi sposo, nel '36 nasce Marco, nel '38 Camillo.
Nel 1941 sono in Sicilia, richiamato, e vi rimango fino a dopo lo sbarco.
Nel 1944 nasce Alessandro.
Nel 1951 riprendo (la sera) a disegnare, poi a dipingere con “furore”. È il mio periodo “barbaro”. Non voglio modelli. Nessuna tenaglia mi tiene ormai. Non ho rispetti umani, nè culture che mi obblighino.
Nel 1955 organizzo una personale a Parigi ma vieto la vendita. Desidero solo verificare il mio lavoro ponendolo lontano da possibili compiacenze e vanità.
Nel 1956 faccio la mia seconda ed ultima esposizione a Roma.
1957. Osservo che solo in momenti felici la spontaneità realizza la forma e che ciò avviene qualche volta anche nella vita in cui momenti (rari) si compiono e si sottraggano a un divenire. Incomincio la ricerca cosciente del rigore formale. In essa imprigiono il mio lavoro in un riserbo di attesa. Ogni traguardo raggiunto però ne aprirà infiniti altri e tutto si addenserà in modo pauroso e contradittorio. Vedo che la forma non consente fissità ne limiti. Il rigore non è che stimolo. Anche il “disordine” in uno spazio redento realizza la forma. Il mio lavoro si accumula in una perenne provvisorietà. Tuttavia si compie, in uno spazio privo di clamori. A un certo livello l'operatore turba l'esperimento e il calcolo, ma l'interferenza è assorbita. Capisco che l'arte è sempre una ferita cicatrizzata.
Nel 1957 abbandono ogni attività funziona le. Da allora raggiungo musei e mostre ovunque posso. Per una abitudine che ho da sempre (è il mio modo di pensare) riempio di note cataloghi, libri, giornali, taccuini.
Con gli anni successivi il lavoro accumulato ingombra fino a soffocare. Si fa sempre più inerte: negligente e svogliato non si muove, non esce, tiene le finestre chiuse. Come oggetto è sempre meno imponente, rimane tuttavia materia in trica ta, lavoro serrato, sino a raggiungere, a volte, un suo celato intimo preziosismo.Sogno il colore a olio uniforme e pulito che in passato avevo sempre, in qualche modo, profanato: colore di una pasta che si pone delicatamente su un supporto morbido che l'accoglie, non colore della materia che tribolata si differenzia in infiniti modi di essere e di collocarsi. Si ama e si ammira ciò che non si è.
Nel 1963 per compensare un vuoto cerco di documentare il mio lavoro. L'immagine dell'opera la fiancheggia, la raduna in piccolo spazio e ne storicizza l'insieme. È Io stimolo ad una presenza che da sola non raggiungerà mai. Diventa una mania. Molti altri miei comportamenti che non si inquadrano nella logica dell'utile sembrano a me stesso delle manie, ma io sento che anche ciò che è superfluo inutile perduto è parte di quel mare in cui l'arte come un relitto galleggia sballottolata e percorre tutti i tempi e tutto Io spazio. Sento che solo l'inutile infittisce senza consumare e addensa gli umori per i quali si vive. Nel rado che non ingombra, nel finito rigido, si vive solo in quanto si continua a morire. Osservo che anche Mondrian è ingombrante.
Nel 1964 realizzo un catalogo.
Nel 1971 raggiungo l'esasperazione nella tendenza al piccolo formato.
Nel 1972 comincio a rivedere e a ordinare in fascicoli dattiloscritti le mie note.
Mi occorre molto tempo e faccio quindi poco lavoro.
Nel 1973 per la prima volta esprimo pensieri in forma lirica: scopro che posso dire molto in poco.
Nel 1974 aggiorno il mio catalogo al numero 3567. I pezzi sono tutti sullo stesso piano. Non mi riesce di fare la classica distinzione fra disegno e colore, fra bozzetto e quadro: il “segno” comunque differenziato è colore al di là e al di sopra del colore delle cose illuminate dal sole. Le mie opere sembrano essere più documenti da conservare nelle cartelle che oggetti da appendere al muro: frammenti di uno spazio mai finito.